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Roma, 8-09-2010

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Editoria, la tregua necessaria 


Si gioca domani al senato, in commissione affari costituzionali, una partita decisiva per il pluralismo dell'informazione italiana. Si dovrà scegliere se accogliere gli emendamenti al «decreto milleproroghe» a firma congiunta di Vita, Butti, Lusi, Morri e Mura (in rappresentanza di Pd, Pdl e Lega, la quasi totalità dell'Assemblea), che chiedono una tregua, rinviando di due anni l'entrata in vigore dello sciagurato comma 62 dell'articolo 2 della finanziaria, il quale abrogava dal 2010 il diritto soggettivo per i giornali cooperativi non profit e di partito. L'alternativa è la cancellazione in pochi mesi di quasi cento testate dal già deprimente scenario dell'informazione italiana, l'esclusione di aree importanti della società italiana dal diritto costituzionale a veder espresse le proprie idee. E insieme il rischio che vengano estromessi dal mercato del lavoro oltre 4.000 giornalisti e poligrafici, dopo che il 2009 si è chiuso con un saldo negativo di 900 lavoratori per i soli giornalisti.
É uno scenario drammatico, che qualsiasi governo serio dovrebbe impegnarsi a scongiurare. Contro questa lacerante ipotesi sono insorti ieri la Fnsi, Mediacoop, la Cgil (con il segretario Fulvio Fammoni), Orfini, responsabile editoria del Pd, e Mura, della Lega Nord; mentre nei giorni scorsi si erano espressi la File e la stessa Fieg, che aveva avanzato la proposta di conservare il diritto soggettivo per le testate con seri parametri di occupazione.
C'è un antefatto della discussione di domani. Giovedì scorso, il «milleproroghe» è stato esaminato dalla commissione bilancio del senato. E in quella sede, malgrado il parere negativo del rappresentante del governo, la commissione si è espressa all'unanimità per accogliere gli emendamenti al comma 62, ma limitando la proroga a un solo anno. Si tratta di un atto importante di autonomia del parlamento, che però non basta, non risolve in nessun modo il problema. Prorogare di un solo anno vuol dire mettere a rischio la certezza sui contributi diretti del 2010 (che verranno erogati nel 2011), e non scongiura perciò lo scenario prima evocato.
Oltretutto è un'ipotesi in aperta contraddizione con quanto è previsto dallo stesso regolamento Bonaiuti (che sposta al 2012 gli effetti del decreto Tremonti del giugno 2008), su cui in questi stessi giorni è aperto il confronto nei due rami del parlamento. E che, peraltro, smentisce le rassicurazioni date dal governo a maggioranza e opposizione al momento del voto sulla finanziaria, e dallo stesso Tremonti in più occasioni.
Ci sembrerebbe saggio se il governo trovasse un accordo con se stesso e, per una volta, accogliesse la volontà del parlamento, soprattutto nel momento in cui questa si esprime con la voce concorde di tutte le parti politiche.
Sul pluralismo non si può procedere a colpi di piccone. Perché la libertà d'informazione è come l'aria. Non te ne accorgi quando c'è. Ma soffoca e distrugge l'organismo sociale, quando viene a mancare.
E su questo terreno si stanno accumulando già troppi misfatti. Cè in Italia un sistema di ripartizione delle risorse squilibrato come in nessun altro paese al mondo, che concentra la loro stragrande maggioranza negli oligopoli televisivi, prima di tutto Mediaset: e questo effetto di concentrazione è in crescita anche in una fase di forte crisi del mercato pubblicitario. C'è una situazione delicata anche nella carta stampata, che ha visto nel decennio tante testate uscire dalle edicole o essere acquisite dai grandi gruppi.
Non basta. Si sta, in questi stessi giorni, in sede di discussione della direttiva europea 123 del 2006 (la famigerata Bolkestein) assestando un colpo mortale anche al sistema delle edicole, che giocano un ruolo delicatissimo di tutela del pluralismo, in quanto hanno l'obbligo di diffondere qualsiasi giornale che voglia portare la propria voce al pubblico dei suoi lettori. Cancellando l'obbligo di licenza per vendere i giornali non si apre il mercato, ma si destabilizzano le edicole (che sono già passate dalle 38.000 del 2001 alle 31.000 di oggi), e si creano le condizioni perché l'intera rete commerciale perda le sue prerogative democratiche e finisca nelle mani dei gruppi editoriali più forti.
Se non si cancella il comma 62 della finanziaria non c'è più nessun regolamento da discutere, nessuna riforma da fare. C'è solo da restare in attesa e cominciare a fare i conti delle testate in crisi, che lasceranno senza più voce i loro lettori. E si tratta di giornali politici e di idee, che in molti casi hanno un peso rilevante nella storia culturale dell'informazione democratica di questo paese. Occorre, invece, stabilire una tregua di due anni, per lavorare rapidamente ad una riforma condivisa, che escluda dai contributi pubblici furbi e abusivi e ridimensioni i contributi erogati ai fogli più inconsistenti, trovando la strada per unire una significativa riduzione delle risorse necessarie (ben più di quanto già prevede il regolamento Bonaiuti) a un ripristino del diritto soggettivo, che è l'unica condizione capace di tutelare la continuità di tante voci non profit. É una questione di democrazia. Bisogna esserne pienamente consapevoli.